Ebbene eccoci, mi presento.
State pensando “oh no! da dove nasce questo ennesimo, inutile e discretamente incomprensibile blog?” un dubbio sottile si sta già insinuando…Ah! eccola, un’altra che ci racconta come si svezza, come si lava e come si cresce un bambino…no, tranquilli, non sono qui per dar consigli, sto crescendo due bimbi e se ne avessi un terzo andrei a cercarmi le istruzioni per l’uso. Si impara sul primo figlio ma, non appena si conquista un barlume di chiarezza, il secondo è già lì che se la ride pronto a smentire le tue incrollabili certezze.
Diventare mamma ridimensiona e toglie sicurezza, ti mette in un costante equilibrio precario per quanto riguarda non solo i figli ma anche e soprattutto se stesse. In quel meraviglioso passaggio che è dare alla luce inizia la lotta, quotidiana e sottile, tra l’essere mamma, responsabile della vita di un altro individuo, e l’essere donna, responsabile unicamente di se stessa, ma anche della propria esistenza e felicità, per se stesse ma anche e soprattutto per il figlio. Eccolo il giro di giostra.
Un giorno guardi queste due lineette blu e sei al settimo cielo, il percorso inizia roseo, 9 mesi infiocchettati di nastri azzurri e rosa, progetti e fantastichi e pianifichi e leggi e ti informi e….eh..e poi nasce. E di colpo non c’è più niente di progettabile, fantasticabile, pianificabile, leggibile e informato….è arrivato Il giorno.
Già, il giorno in cui sono salita sulle montagne russe con un biglietto di sola andata. Anzi, due biglietti. Uno per me e uno per lui, che i bimbi piccoli non possono andare in giostra da soli. Una volta, forse due, raramente di più, la giostra rallenta, per darti un nuovo biglietto da aggiungere ai precedenti e far salire un nuovo passeggero accanto a te.
All’inizio i cambiamenti sembrano piccoli, temporanei, fisiologici. Ho un bambino, certo che non può essere come prima. Lo sai. E ti dici che ce la puoi fare, qualche volta di più e qualche volta meno.
Ma gli altri? Gli altri non sanno che il biglietto è di sola andata. Si aspettano che la corsa finisca e che tu scenda, con i tacchi e la messa in piega. Ci sono persino leggi a riguardo. Tre mesi, poi tu scendi e lasci i passeggeri che ti sono stati affidati con qualcun’altro, in fondo è la qualità del tempo quella che conta, mica la quantità. I passeggeri non sono troppo d’accordo ma non parlano per cui vuol dire che non avranno niente da obbiettare. Del resto sei madre, ma non devi dimenticare di essere anche donna, in carriera magari. Ah, ma quando torni puoi, anzi devi (che madre saresti se no?) stare di nuovo con loro: dopo 8 ore, più varie ed eventuali per gli spostamenti, più la cura della casa, più quella del marito, ti restano 1 ora e 25 minuti di qualità per i passeggeri cioè i figli. Se non perdi inutilmente tempo a dormire puoi ritagliarti 47 secondi per una doccia rigenerante e 23 secondi per truccarti nello specchio dell’ascensore, tanto stai all’ultimo piano.
Ammettiamo di reggere: a tre mesi e un giorno torni carica come un missile al lavoro perchè hai lottato con le unghie e con i denti per quel posto e non lo molli manco morta. Oppure perchè non puoi fare diversamente, che è anche la maggioranza dei casi. Ma iniziano, piccole, sorde e inesorabili mosse per farti pesare questa discutibile scelta di figliare. Ehhh… ci sarebbe da fare un po’ di straordinario….dovresti riprendere le notti…allattamento?? ma non c’è il biberon? e intanto chiudi la porta di casa pensando al tuo batuffolo ancora addormentato nel letto, annusandoti il suo profumo di bimbo addosso scendi dalle montagne russe di mamma per salire sul toboga del lavoro dove comunque non sei più quella di prima.
E’ vero ed è anche giusto. Siamo mammiferi e a 3 mesi il percorso con il nostro bambino comincia a malapena a illuminarsi un poco. Saremo nel XXI secolo ma siamo sempre e comunque persone e il fatto di credere di poter fare 14956 cose insieme ci sta portando all’alienazione. Perchè viviamo male, comunque. E per le donne va anche peggio, per quella dannata tendenza femminile a sentirsi in colpa, sempre.
Caso A: torni a lavoro dopo 3 mesi (maternità obbligatoria, da dipendente, che si sa i liberi professionisti non sono mammiferi)
risposta nonna: Eh, che madre degenere, povero bambino. Meno male che ci sono io!
risposta capo: era ora! ha già 3 mesi ormai! eh… ma non è mica più quella di prima, la maternità l’ha rimbambita
tu: sto male, devo tirare il latte, mi manca il mio bambino ma non posso perdere giorni di lavoro, ma sul lavoro faccio fatica perchè non dormo e, in tutta onestà, ora come ora non me ne importa niente
Caso B: torni a lavoro dopo 1 anno(maternità facoltativa, ferie, permessi, congedo matrimoniale mai fatto e permessi per andare a donare il sangue, malattia della mamma del papà e del bambino, che ha iniziato il nido e porta a casa germi potenti come caccia torpedinieri)
risposta nonna: oh finalmente posso godermi mio nipote e dargli le merendine che con la scusa me le mangio anche io
risposta capo: oh adesso basta scuse, o riprende come prima o via fuori dai piedi, mi prendo un uomo più giovane che mi costa meno e non fa figli
tu: sto male, a 1 anno iniziavo a capirlo davvero il mio bimbo, ho ancora bisogno di stare con lui, e sul lavoro faccio fatica perchè ho perso il ritmo
Caso C: lasci il lavoro per dedicarti a tuo figlio
nonna: sei matta! ci sono io per guardarlo
capo: dopo tutto quello che ho fatto per lei!!
tu: sto male, sono felice di stare con mio figlio ma il mio lavoro mi piaceva, mi realizzava, chissà mai se ne troverò uno uguale, sono abituata a lavorare, non voglio pensarmi come casalinga e che gli altri pensino che lo sono
caso D: cerchi un nuovo lavoro quando tuo figlio è cresciuto
nonna: ma santa pace, sono vecchia e lui adesso corre troppo e non vuole stare nel passeggino!
capo 1: no, troppo vecchia
capo 2: no, troppi figli
capo 3: no, pochi figli, potresti farne altri
capo 4: no, mamma, troppo pericoloso, i figli si ammalano
capo 5: si, ma solo full time senza contributi, con un’ora di viaggio a tue spese….hai bisogno di lavorare no?
capo 6: hai esperienza e l’esperienza mi costa, voglio un neolaureato
tu: sto male, da quando sono mamma sembra che per gli altri non valga più niente come persona
Dalla gravidanza idilliaca, mostro sacro custode della vita, a mamma multitasking in equilibrio sul filo come Philippe Petit, che comunque scegli di fare c’è sempre qualcuno a cui non sta bene la tua scelta, di cui già tu sei incerta.
Come se i figli fossero contratti a tempo determinato, invece che persone da crescere quotidianamente con sforzo e dedizione, per il loro bene, per le persone che potranno diventare, per la nostra soddisfazione di madri e il futuro di tutti, anche di coloro che oggi ci guardano dal basso in alto perchè abbiamo scelto di metterli al mondo.