Dopo aver consumato tutto il congedo di maternità obbligatorio, facoltativo, possibile e impossibile, permessi, ferie e quanto lo Stato Italiano mette a disposizione di una madre lavoratrice ho dovuto farmi una domanda: devo rientrare al lavoro?
Risposta: sì, come la stragrande maggioranza delle madri lavoratrici di questi anni
Seconda domanda: voglio? No, come la stragrande maggioranza di cui sopra.
Dopo quasi 10 anni di lavoro soddisfacente e remuneratissimo ho fatto fermare la giostra e sono scesa, tra la costernazione di tutti, tranne mio marito, che da quel sant’uomo che è finché non mi metto nei guai appoggia le mie scelte e ascolta ciò che ho da dire, e dei miei figli, che continuavano a godersi la loro mamma ignari di quella data segnata sul calendario da molti mesi. E tanto mi è bastato per darmi il coraggio di fare una scelta tanto folle di questi tempi.
A casa, ogni giorno con le 1000 piccole insignificanti cose che ci sono da fare e che da donna sola lavoratrice ero abituata a declassare come seccature demandabili ad altri, la vita prendeva un nuovo ritmo. Frenetico comunque, che due bambini sotto i 3 anni non ti lasciano tempo neanche di respirare. Come ha intuito più di qualcuno la maternità dovrebbe essere trattata come master in gestione manageriale, perchè per rispondere ai bisogni di tutti i membri della famiglia bisogna essere molto più che multitasking, bisogna avere il dono dell’ubiquità.
Come ho scoperto in questi mesi non è facile lasciare il lavoro, perchè con uno stipendio solo devi fare attenzione a tutto ciò che spendi e magari rinunciare a qualcosa, ma soprattutto perchè perdere il lavoro nella nostra società equivale a perdere la propria identità.
Lavoro ergo sum. Il lavoro è ciò che da dignità all’uomo, permette di entrare in contatto con molte persone, di mantenere la mente attiva e di trovare continuamente soluzioni ai problemi che si pongono, contribuendo a formare il carattere e la personalità di ognuno. Ma stare a casa non significa non lavorare. Significa non essere retribuiti, perchè il lavoro che c’è da fare non sembra così importante da meritare un reddito. Eppure è l’unico lavoro senza orari, senza ferie e senza permessi, che uno sia in salute o in malattia non può scegliere di fermarsi. Tante volte non puoi neanche sederti.
Certo, una mamma che sta a casa non contribuisce a creare reddito per la società. E crescere le generazioni di domani, educarli al rispetto delle regole e di chi si è preso cura di loro, non è forse una ricchezza più immensa di qualsiasi tesoro?
I primi tempi soffrivo di come gli amici mi consideravano, persi nei loro discorsi di lavoro anche nel tempo libero, e scricchiolavo per il fatto di non avere aneddoti da raccontare se non quelli legati ai miei figli, poco interessanti per i più. Poi mi sono detta che ero pur sempre io, che come ero in gamba sul lavoro potevo esserlo a casa e che questa scelta non poteva e non doveva farmi perdere dignità. E come spesso accade l’accettazione di sè regala già la forza per andare avanti.
Sulla soglia di casa non ero solo più una madre, sempre dietro ai suoi figli, non solo una moglie in perenne attesa del marito lontano, non solo una disoccupata dedita a imbustare curricula, che verranno cestinati appena viene letta l’età, ma restavo sempre una donna, con tutto ciò che la vita le aveva insegnato fino ad allora e che ogni giorno continuava a insegnarle.